e disse…erri de luca

ERRI DE LUCA

E DISSE

Feltrinelli 2011

Lassù si avvolgeva di vento. Una sommità senza urto di masse d’aria addosso è spaventosa. Poiché l’immenso sta trattenendo il fiato.

 

S’intendeva di vento: se si stava stropicciando contro il suolo per caricare la miccia del fulmine, se veniva dal su d secco e assetato a pizzicare il naso e dare frenesia ai profeti. Sapeva il vento di est che porta la cenere e la polvere degli antenati. Allora al tornio del vasaio insieme all’argilla si mescola l’ultima consistenza delle vite accadute. Sapeva il vento dell’ovest che raccoglie acqua salata e la trasforma in dolce prima di rovesciarla nelle cisterne e i pozzi.

 

…Tra le cime frantumate dai fulmini era lieto di offrire le sue gocce sudate al vento che le aggiungeva al resto delle materie prime.

 

…Aveva dentro gli occhi il callo dell’insonnia.

…In lui si concentrava l’energia dell’ultimo, un riassunto di esistenze perdute. Andava solo, qualunque altro accanto gli avrebbe sparigliato la solitudine.

…E com’era la terra da lassù? Era un palmo di mano spalancata. Dava poca soddisfazione a chi chiedeva.

…Una donna riproduce il mondo con il grembo, a un uomo resta e spetta di ricordare. E’ questo il suo contributo alle generazioni.

…I ricordi appartengono al regno degli uccelli, quando vanno lasciano una piuma. Da quella si sa di che specie sono.

…Non è bene per un uomo essere per se stesso perchè fa un atto di comparazione con la divinità, che sta da sola(…) nelle solitudini si fanno e si disfano mondi.E’ la nostra novità, noi siamo i raggiunti dalla rivelazione che esiste una divinità soltanto. Tutti gli altri sono idoli scaduti. Noi ripetiamo che il nostro Adonài è Uno, ma pure che è solo. (…)E’ una, ma la sua unità non serve per contare, è un numero inservibile, niente da aggiungere o da togliere. Dire che è una non è atto di fede, ma di condivisione della sua solitudine. Va detto con affetto e con sostegno.

“Allora un uomo che esiste per sé stesso si compara alla divinità”.

Voleva il vuoto intorno intorno e sotto i piedi per abitare il deserto della divinità?

 

Tutto cadde di mano tranne i bambini dal braccio delle madri.

…Il silenzio seguente fu quello del latte che caglia…in un palmo di mano passato sugli occhi, esiste un silenzio di condensa. Respiravano solo dal naso per non fare rumore in se stessi.

 

Le donne si scambiavano occhiate, si davano di gomito: il tu che si stampava sulla roccia era al maschile. L’ebraico separa i sessi pure dentro i verbi e i terminali dei pronomi. Il tu sopra la roccia era al maschile. Spettava perciò agli uomini trasmettere le clausole e le righe di alleanza con la divinità. Per loro, per le donne, un’incombenza in meno, si scambiavano sguardi per intesa.

Toccava agli uomini. Del resto, nella loro lingua maschio e ricordo hanno radice uguale: Si dessero perciò da fare loro con la scrittura sacra e con la trasmissione. Le donne ebree erano ben cariche di compiti. Gli uomini non erano più servi d’Egitto, avevano un sacco di tempo libero. Per le donne invece  era cambiato poco l’orario di lavoro per le faccende nuove di una carovana. Si reggevano il velo sulla testa con la mano. Quando guardi per aria, reggiti il cappello: era un modo per dire che pure nei momenti più solenni, tieni i piedi piantati sulla terra.Sara, moglie di Abrano, aveva riso all’annuncio di una sua gravidanza, lei vecchia e senza ciclo di fertilità. Le donne sotto il Sinai sorrisero alla divinità che sobbarcava gli uomini. “Almeno servono a qualcosa” disse un’anziana, facendo ridere le giovani spose.

…il noi  in ebraico  non distingue i sessi.

…le donne sapevano di essere le beniamine della divinità. Nascevano perfette, i meschi invece dovevano essere ritoccati con la circoncisione.

Esiste in natura, oltre all’attrazione terrestre, un’attrazione opposta, da chiamare celeste.

Non sono provvedimenti disciplinari( …)E’ un torto l’ignoranza. E che non siano punitive le frasi della divinità si trova scritto subito £ E fece Elohim per Adàm e per la sua donna tuniche di pelle e li coprì”. Il gesto più affettuoso e premuroso, il principio di corredo.

I despoti commettono i loro crimini non per volontà di potenza ma per terrore. Scacciano gli incubi ordinando stragi. Così Faraone ricorrerà all’annegamento dei neonati maschi degli ebrei, riducendo il Nilo da sorgente di vita a macchina di morte. Chi guasta l’acqua ne sarà guastato.

“Dalla roccia di miele ti ho saziato” ( Salmo 81,17). Lo gustavano sotto il palato ma entrava dalle orecchie. Il tu di quelle frasi gonfiava il sangue in cuore. La montagna a srapiombo davanti, il deserto alle spalle e l’aria asciutta: esistono ore perfette.

Gli idoli del mondo scadevano tutti in una volta…Invece dalle parole della divinità si sprigionava una valanga d’intensità fisica.

…la testa nella spalla dell’altro nell’incavo accogliente tra la scapola e il collo. Scoprivano l’incastro che permette a due corpi di fare l’unità.

Ricorda il giorno di sabato. Iniziato la sera del sesto, prolungato nell’insonnia amorosa, nel breve sonno sazio, nel risveglio a giorno canterino. Quello è shabbàt, di quello avrai ricordo…Ricorda la felicità del mattino seguente, la luce sulle palpebre, il risveglio. Era il giorno perfetto, il punto fermo messo a firma del capolavoro. Shabbàt, la cessazione, un suono secco di frutto caduto, il palmo di una mano che si chiude nel palmo dell’altra.

“Non farai per te alcuna opera”: questo ti servirà a ricordare il primo shabbàt del mondo, il corpo t’insegnerà, smettendo. Non è il contrario di fare, è l’esecuzione di un ricordo, di quando senza annuncio né segno si fermò la creazione del cielo e della terra. Non che fosse finita l’opera: il rinnovo continua.

 

…cercavano con gli occhi il posto in cui stava il musicista.

 

Non ammazzerai: che disarmo in cuore si annunciava in quel rigo di apertura di seconda facciata della roccia, in alto, a sinistra della prima. Rinuncia a disporre della vita altrui. Diceva di non ammazzare neanche Caino, primo degli assassini, per non degradare se stessi e le comunità.

“Non sarai adultero”: questo non è difficile mentre ci si sposta sul palmo del deserto.

“Non sarai adultero” perché sarà lo stesso che versare sangue. Perfinoo un re devoto e valoroso, Davide, cadrà nel torto. Per sviscerato amore di Bat Sheva farà ammazzare suo marito Uria, soldato delle sue battaglie. L’adulterio implica il sangue, nel fumo del Sinai scalpellato scorgi ventate della tua storia a venire. Ogni rigo battuto qui provvede a darti avviso e conoscenza. Rispetterai l’amore degli sposi, il loro giuramento. Tra loro è dichiarato un patto in cui non hai diritto di parola. Non importa cosa lo mantenga, se interesse, abitudine, paura: tu non profanerai l’unione stabilita. Esiste la regola che separa, esiste la dissoluzione per la legge. Prima di quello scioglimento non ti intrometterai nel vincolo di nozze. Rispetterai la parola pronunciata da loro, non la diminuirai togliendole valore.

 

L’assemblea del Sinai sudava di futuro. Insieme a loro cantavano a labbra chiuse le assemblee a venire.

“Non ruberai” No, però potrai entrare nel campo del tuo vicino e mangiare del frutto del suo seminato.

E ancora: quando i mietitori saranno passati con la falce, non potranno passare una seconda volta a completare. Quello che resta spetta al diritto di racimolare.

E se lavorerai a salario, il prezzo della tua fatica ti verrà pagato il giorno stesso.

Chi trattiene presso di sé il compenso dovuto all’operaio che ha svolto la sua opera , è pari a un ladro, ma con l’aggravio di opprimere un povero..

Se la persona umana è abbassata a merce, a refurtiva, chi la riduce a questo è ladro.

Questa legge difficile proviene dall’amore, che è intransigente con chi opprime  gli amati. L’amore esige la giustizia in terra, infiamma gli umiliati. L’amore arma la mano dell’oppresso.(…) Non gli affamati insorgono, ma i calpestati in cuore. Non ruberai la loro porzione di uguaglianza.

 

…nel corpo si piantava il vento di una voce da ascoltare.

 

“Non risponderai nel tuo compagno da testimone di inganno” Chi è tenuto a rispondere di un suo compagno si trova come Caino di fronte alla domanda “Dov’è tuo fratello?” La tua testimonianza dità dove si trova, nel torto o nel giusto, tra i vivi o tra i morti, dentro la comunità o escluso.

Lì erano tutti testimoni della divinità. Di fronte a lei ognuno rispondeva del suo vicino. Si scambiarono sguardi intimoriti. Il rigo stabiliva la responsabilità di uno nei confronti degli altri.

Non devi desiderare, perciò governa il tuo appetito.

Qui nel fondo delle dieci righe si decide la differenza tra te e i tuoi persecutori. Tu non desidererai niente dell’altrui. Qui si fonda la tua interiorità. Terrai a freno col morso il desideri, ne sarai il signore, e lui solo un blando richiamo a procurarti i beni terreni interamente tuoi.

Il verbo “hamad” è desiderio di possesso altrui. Comporta il veleno dell’invidia, che vuole usurpare il posto di un altro.

Resta nel tuo, ammira senza voler togliere. L’ammirazione è un sentimento lieto che si rallegra di un bene posseduto da altri, fa bene al sangue e al sorriso, è un fischio di congratulazione, un applauso degli occhi. Non ti è chiesto di togliere lo sguardo, non devi censurarti una bellezza. Resta nel tuo punto di ammirazione, senza spinta a voler subentrare  nel possesso. Ciò che tuo, anche se poco, è la tua primizia.

La divinità frugava nel sentimento che nasce dalle disparità.

Non sarai una ferita sul volto del creato e i tuoi non diranno di te “meshumed”, il distrutto.

Dev’essere a corto di popoli la divinità per bussare alle orecchie dei nostri maschi. Di più cocciuti non ne esistono.

Perché non undici o nove? Perché dieci sono le dita per contarle, dieci parole, ogni dito un anello di catena da tenere a mente. Le mani stanno innanzi all’uomo, gli reggono il lavoro, il verbo fare. E le parole fanno l’uomo, gli stanno davanti, lo guidano oppure lo smarriscono.

“ Argilla siamo tutti noi e tu il nostro vasaio, opera di tua mano tutti noi” Manifattura della divinità, suo marchio e callo di fabbrica: a questo si aggiungevano le dieci volte a capo, da ricopiare a mano finchè cammina il mondo.

 

…la luce del tramonto scalpellava le rughe nella roccia.

…nel deserto a un uomo servono più nomi, più versioni della sua identità.

Il suono della voce aveva procurato beneficio ai corpi. (…)I bambini impararono a leggere al volo e tutti insieme, guardando i caratteri impressi nella voce. Chi aveva un dubbio lo dimenticò, così pure chi attorcigliava il nervo di un rancore. Lo stranieroche si era aggiunto al viaggio fu conteso da molti inviti. Le partorienti ebbero un travaglio svelto, la terra sotto i piedi  non solevò polvere. Nessuna bestia zoppicò. Cominciava una notte senza luna, le stelle ardevano a fiaccolata in una processione. Gli uomini si accostarono alle donne per sigillo di un giorno prodigioso e per urgenza di una generazione  nuova che premeva. “E amerai”questa era giusta e ultima consegna. Le riassumeva tutte.

 

…mi aggiunsi ad un popolo che usciva a braccio alzato e con il canto in gola. (…)L’ebraismo per me non è richiesta di iscrizione, mi tengo l’imperfetto del prepuzio. L’ebraismo è compagnia di viaggio.

Nel 1900 ebrei e meridionali sono saliti sulle stesse navi, anzi scesi, dentro le stive della terza classe sotto la linea di galleggiamento. Noi di Sud lasciavamo la miseria, loro le case  in fiamme dei pogrom. Noi ci staccavamo da una patria amara, loro andavano da un esilio a un altro. Si andava insieme, ai quattro angoli del vento.

 

Dell’ebraismo condivido il viaggio, non l’arrivo. Non in terra promessa, la mia residenza è in margine all’accampamento. Non mi accosto all’altare, alle preghiere. La porzione di manna è garantita da letture in ebraico, aperte innanzi giorno. Condivido l’alba con chi sta zitto e ascolta. A sera la mia tenda è appena fuori dal recinto, il fuoco è acceso con lo stesso sterco di bestiame , ascolto loro vivere in attesa. Non ne ho. Smetterò prima di una terra promessa. Bello però il verbo che va insieme alla promessa, mantenere, che è un tenere per mano. Le mie sono occupate da quaderno e penna.

 

M’invitano alle tende, per l’uguaglianza dovuta allo straniero. Mi invitano fra loro fino a dovere dire molti no. Scegliessi un dove e un come di nascita ribadirei gli stessi: al Sinai da straniero. Non devo appartenere, sto con i tredicesimi, estranei alla dozzina convocata. Mio titolo di viaggio è seguire in disparte.

Rimango volentieri nel deserto, il posto più capace di ricoprire un corpo con il vento.

 

 

Erri de luca

E disse

Feltrinelli  2011

 

 

 

 

 

compleanno

era il mio compleanno ieri

non ho aspettato una tua telefonata

sapevo già che non ci sarebbe stato neanche un messaggio di auguri

come so

che anche tu sai che non mi aspettavo che mi chiamassi. 

il che vuol dire che ti ho pensato.

il che vuol dire che mi hai pensato.

E’ quanto basta.

precariamente rosso

Non ho mente.

lo vedo nelle piccole cose, nei dettagli, devo pensarci su e comunque dimentico, tralascio, trascuro, devo tornare indietro, ripercorrere i passi. faccio fatica a ricordare. Inutile, non ho mente.
E sai perchè?
Perchè sono preoccupata. Preoccupata, lo dice la parola stessa: vuol dire che prima di fare qualcosa, qualsiasi cosa, la mente è già occupata, ingombra, impegnata, è come quando hai bisogno urgente della toiletta ma c’è fuori il dischetto rosso…

Disco Rosso, dunque e ci credo…

Mio marito è in causa col fratello per lo scioglimento di una comunione erediatria che sono sette anni che non si riesce a sciogliere, nodo inestricabile. Mi ricorda la foresta che cingeva il castello della bella addormentata: rovi, spine e il principe, poveraccio solo una spada e quella calzamaglia sottile a proteggerlo.
Io. I miei vicini mi hanno fatto causa, l’hanno vinta e io non ne sapevo niente. Nove anni di causa perchè secondo loro gli aghi del mio pino hanno causato loro danni per 4.ooo euro, e io non ne ho saputo nulla. Come è potuto succedere? Ai piani alti danno per scontato che se loro spediscono la raccomandata per notificarti che il vicino è incazzato,  tu la ricevi e se non la ricevi e non ne sai nulla non sono fatti loro. La favola? Sei scemo? E’ un incubo…
Poi oggi ho madato l’ennesimo curriculum.
Nella lettera di presentazione ho scritto: potrei dirmi soddisfatta del mio attuale lavoro..
Soddisfatta del mio attuale lavoro. Mai nella mia vita ho sentito stronzata più grande ( da me, s’intende).
Sono soddisfatta del mio attuale lavoro quanto lo si può essere di stare attaccati ad un boccaglio dell’ossigeno. Il curriculum mi piace, si capisce, ho scopiazzato qua e là da internet ed è venuto veramente mirabile. Ma dire sono soddisfatta è stato proprio il massimo: vivo con l’incertezza consapevole, e con la certezza che domattina potrei essere buttata fuori, senza lavoro e senza una lira…pardon, un euro.

Sono una  precaria.

Siamo tutti precari, a questo mondo qualcuno può dire. Sì ma gli statali lo sono un po’ meno.
Siamo tutti precari ma quando ti alzi la notte per andare a controllare il tuo conto corrente, lo sei un po’ di più.
Faccio gli scongiuri perchè il mio patron stia bene, perchè non gli accada nulla, nessun incidente, neanche una lussazione alla caviglia, niente che lo costringa non dico a chiudere bottega ma neanche a sospendere l’attività per una prognosi di venti giorni. Faccio i riti vudu perchè gli affari gli vadano bene, anzi meglio: almeno fino a quando non trovo un altro lavoro. E intanto mando curricula a destra e a manca, come un toro accecato dal rosso.

Il rosso che ho in testa e che mi fa scordare le chiavi, il cellulare, gli occhiali, la fabbrica di dolci, il gas aperto, il forno acceso. Il rosso del conto corrente. Il rosso dell’angoscia per domani, che non si sa se pioverà e ci sarà riparo per la pioggia.

 

 

gli enti inutili

I miracoli dimostrano con sufficiente evidenza

che i preti non sono affatto necessari.

ovvero:nel miracolo è la dimostrazione tangibile  che Dio non ha bisogno di intermediari privilegiati quando vuole comunicare con qualcuno o quando qualcuno vuole mettersi in comunicazione con lui.

Se la chiesa cattolica fosse un ente statale, lo Stato, di sicuro non ci avrebbe pensato due volte a iscriverlo tra gli Enti Inutili e aggiungerlo ad un capitolato di spesa sospesa.

Ma la Chiesa cattolica, romana, apostolica è uno Stato a sè stante, con un sovrano: sovrano nel suo territorio, lo Stato Pontificio, e imperante sulle le anime che anelano se non al paradiso, almeno al purgatorio.

Come tutti gli Stati che si rispettino ha un’amministrazione. E dei dipendenti. Più o meno bravi, più o meno attaccati al senso del dovere, spesso assolvono al loro dovere con inaspettate capacità imprenditoriali, salvo rare eccezioni, dimenticano spesso chi è il loro principale.

E il loro principale( nella sua lungimiranza e infinita bontà)…. spesso

 ne fa a meno. 

 

 

lunedì

Oggi. Lunedì.

Svegliata 7,45. Mandata Gaia a scuola, fatto caffè. Termometro a Raffaele: 37 e 6, rincuorata. Tornata a letto, brividi. Ho dormito, ho sognato: “il pecoraio”, sapevo che era” il pecoraio”, ma aveva altri occhi, uno sguardo più mite e mi ha sfiorato la mano, in un gesto che voleva trattenermi mentre io, al contrario, scivolavo via. Poi tante scale, uno studio d’avvocato, deserto e in penombra, garfield_monday1dovevo andare ma poi restavo, l’avvocato sembrava uno che conoscevo, le scale erano sospese nel vuoto, non sapevo se restare o andare, il “pecoraio” finalmente era conciliante, sembrava che stavolta avesse davvero voglia di risolvere la faccenda, di smettere di giocare…poi mi sono svegliata ed erano le 10 e 30.

Un altro caffè, due o tre sigarette, il pacchetto vuoto, vitamina C per Raffaele, piove, mi lavo, mi vesto decido di non truccarmi, il tempo è cupo ma ancora non piove: vado al mercato a cambiare la misura di un pigiama per mia madre, vado all’eurospin a comprare la lettiera al gatto.

Il gatto ha la diarrea e la stomatite, pulisco tutto e lo faccio mangiare. I gatti fuori in giardino mi hanno rovinato la begonia che l’anno scorso mi avevano dato in omaggio il giorno della festa della mamma al sisa: raccolgo i pezzi, rinvaso e annaffio.

Faccio mangiare i ragazzi: Raffaele ha di nuovo la febbre alta, Gaia il dolore di testa, è festa, Vivin C per tutti e flaconcini di vitalmix a gogo. Sono preoccupata per la tosse di raffaele, areosol in dosi industriali. Stendo le lenzuola, nel frattempo, metto i piatti in lavastoviglie e porto fuori il cane. Dimenticavo: chiamo nonna, la rumena che l’assiste ha dato forfait. Lo comunico a mia madre, che parla con la zia. Senza risolvere niente. Vabbè, poi ci passo io da Mirella… no, sa…  aveva solo fatto male i conti, non ce la fa a sostenere i ritmi della centenaria, anche lei ha una famiglia. Se me lo dicevi prima. Vado in Conad, spesa, di nuovo a dar da mangiare al gatto: che faccio lavoro un po?

Scherzo, sono già le 19  e 30 e devo ancora passare dalla farmacia.

Vabbè, domani….

novità sull’inferno

Non ho idea se i cattivi vanno davvero all’inferno.

Quello che è certo è che esistono persone capaci di rendere la vita degli altri un inferno.Ombre

colmare gli spazi vuoti

foto di claudio piccini

foto di claudio piccini

se dio è in cielo in terra e in ogni luogo…
perchè cercarlo sempre in cima alla montagna?

 
 
Perchè sei sicuro che Dio stia in cima alla montagna e lì lo vai a cercare?
Si va in volo per sentire la brezza in faccia e cercare la libertà.
Si va nel profondo delle spelonche per amore del rischio, del mistero e delle tracce del passato.
Si va per abissi marini per restare affascinati dalle bellezze della natura.
Ma, in alta montagna, perchè si va a cercare Dio?
Non è che abbiamo sempre bisogno di colmare gli spazi vuoti?

cavalco a pelo

immagini-salvate-01-485.jpg Continua a leggere…

la mappa non è il territorio

Normalmente mi tengo lontana dai nodi.

I nodi hanno qualcosa di osceno, sono ambigui, fatti per tenere unito qualcosa che per sua natura non lo è. Fatti per sciogliere cose che a fatica si sono legate insieme.

I nodi hanno un centro, inestricabile, incomprensibile, in cui si ritrovano capi di cose con uguale dignità che finiscono col confondere torti e ragioni, doveri e diritti, prevaricazione e giustizia.

Normalmente cerco di stare alla larga dai nodi, ma qualche volta ci casco dentro in pieno.

Come quella volta che ho detto ad un ebreo: ah, sei ebreo? Be’ nessuno è perfetto…

Ci sono ebrei che hanno uno spiccato senso dell’ironia, e quello non l’aveva.

E’ così che possono nascere tragedie.

I fatti producono sempre conseguenze, ma anche le parole possono farlo.

Ma più spesso, le parole portano a galla nodi e, a meno di non avere una conoscenza profonda delle persone dovremmo tenerci alla larga da quei nodi.

la paura del beduino

Barcane.                     dunesse.jpg                                                                      

 Sono le dune mobili sospinte dai venti dominanti. Il mare quieto del deserto dipinto di incerte sfumature di rosa e di avorio attraversato da meravigliose increspature simmetriche e variegate. Mari di dune a perdita d’occhio.
Nulla temono di più i beduini che la tempesta di quella sabbia.
Neanche le calde giornate sotto il sole rovente
Neanche la groppa del cammello in quelle interminabili giornate
O la sella del sauro
Né l’oasi irraggiungibile o il suo miraggio
Né il silenzio né la solitudine
Né smarrire la carovana
Né la sete o la fame o il desiderio
Nulla fa più paura a un beduino che una tempesta di sabbia nel deserto. Nulla a questo mondo.
Dell’altro sa quello che gli hanno raccontato.
Di questo conosce il rumore del vento ne intuisce gli umori. Sa che la sabbia del deserto è sottile come polvere infida e refrattaria. Il vento se ne impossessa e ne fa tempesta. Sottilissimi granelli impazziti s’infileranno nei fori delle orecchie e lo faranno sordo. Graffieranno i suoi occhi e lo faranno cieco, s’insinueranno nelle sue narici e lo faranno insensibile ai profumi ed alle droghe, fustigheranno la sua pelle fino a scoprire i nervi e renderlo folle, seccheranno le sue labbra e lo renderanno muto e, attraverso le labbra, s’impadroniranno dei suoi polmoni e del suo respiro  aggrediranno le sue viscere, fino ad ucciderlo. 
Cambia il paesaggio, le dune mutano di forma, colore, contorni e posizione. Cambiano i punti di riferimento. Cambia la posizione dell’orizzonte. Si può perdere la ragione in queste condizioni.Lo sanno anche i piccoli animali del deserto che, quando sentono la tempesta arrivare corrono a cercare un pezzo di roccia sotto cui ripararsi. I beduini sentono la tempesta arrivare molto prima di vederla. La annusano nell’aria, la cercano nel disegno delle nuvole. Sanno che quando arriverà sarà meglio trovarsi con le spalle alla roccia, sanno che quando arriverà sarà meglio non essere impreparati. Srotolano lo shesh dal capo e lo avvolgono attorno al viso.
Coprono gli occhi, il naso e la bocca con il desiderio di proteggersi.Si fasciano mani e gambe con le lunghe  fasce di seta e cotone colorato.Il lino si fa attraversare dall’aria ma non dalla sabbia. Attraverso il lino potrebbero guardare, se tenessero gli occhi aperti. Ma preferiscono tenerli chiusi e non vedere la massa di polvere impazzita che la tempesta porta con sé. Preferiscono ascoltare il vento ma soprattutto il cuore e restare sorpresi quando la tempesta passata lascerà loro il nuovo paesaggio in dono. Si ripiegano su se stessi e quando la tempesta arriva, si fanno attraversare dal vento, tenendo le spalle alla roccia e il cuore nel petto. La polvere aumenta e il deserto sbiadisce, confonde i colori, gli odori svaniscono e anche le stelle. C’è solo il rumore del vento e la sabbia sbattuta sibila feroce,  arriva con la notte e li attraversa e li sconvolge come sconvolge il mare di dune, cambia i contorni e le opinioni a secondo della direzione e della velocità  e non lascia niente al suo posto, tranne le rocce alle spalle dei beduini. Resistere imperterriti, imperturbabili ad una tempesta di sabbia è un’impresa ardua, uscirne indenni è impossibile. Ogni beduino che abbia attraversato il deserto prima o poi lo impara e prima o poi capisce la differenza tra se stesso e un tumbleweed sbattuto dal vento.
Lo racconta il vento…
Lo racconta il cuore….

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